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#36 - Alluminio e dazi in pieno caos, il petrolio riaccende l'inflazione e LEGO insegna il Procurement net zero
Edoardo Arbizzi

🌎 Sguardo Globale
Alluminio e tinplate: dazi al 50%, Corte Suprema e ora anche la guerra 🥫⚖️
Se nelle ultime due settimane hai ricevuto richieste di adeguamento prezzi sui materiali metallici, sappi che non sei il solo. Il panorama si è fatto particolarmente complicato, e conviene capire cosa è successo davvero.
Primo capitolo: la sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti del 20 febbraio 2026. L’amministrazione Trump ha visto cadere i dazi “reciproci” imposti tramite l’International Emergency Economic Powers Act. La notizia ha fatto il giro del mondo, ma ha creato molta confusione. Fatto importante da sapere: i dazi Section 232 su acciaio e alluminio non sono stati toccati. Restano in vigore al 50%, com’era da giugno 2025. Quindi nessun sollievo per chi compra packaging metallico, componenti in alluminio o acciaio.
Secondo capitolo: il balletto delle indiscrezioni. A metà febbraio il Financial Times ha riportato che l’amministrazione stava valutando un ammorbidimento selettivo delle tariffe sui metalli, proprio perché uno studio della Fed di New York aveva dimostrato che nel 2025 quasi il 90% del costo dei dazi era stato pagato da aziende e consumatori americani, non dagli esportatori esteri. I mercati hanno reagito subito: il contratto sull’alluminio al London Metal Exchange ha perso quasi l’1% in una sola seduta, con picchi di ribasso intraday di oltre il 2,7%. Ma la Casa Bianca ha smentito e per ora le tariffe al 50% restano lì.
Il risultato pratico? Il Midwest Premium, ovvero il sovrapprezzo che gli acquirenti americani pagano sull’alluminio rispetto al prezzo di mercato globale, ha superato per la prima volta 1 dollaro per libbra a fine gennaio. Il Can Manufacturers Institute è esplicito: il settore dipende per quasi l’80% dal tinplate importato e si aspetta rincari maggiori nel 2026 rispetto al 2025.
Terzo capitolo: la guerra. Il conflitto in Medio Oriente ha aggiunto un’ulteriore variabile. Il Medio Oriente nel 2025 rappresentava circa il 21% delle importazioni americane di alluminio grezzo secondo l’Aluminum Association, ma adesso la situazione geopolitica complica le rotte commerciali, e i costi.
Per chi fa Procurement: questo è esattamente il momento per rivedere i contratti di fornitura sui metalli. Se non hai clausole di price escalation legate agli indici di commodity, aspettati richieste di rinegoziazione unilaterali. Se ce le hai, usale come strumento di dialogo trasparente con i fornitori, non come scudo. E se il tuo settore usa imballaggi in latta o alluminio, considera che l’effetto sarà visibile anche sullo scaffale: i cibi in scatola sono già tra le categorie con i rincari più netti a fine 2025.
🔗 Fonti: Supply Chain Dive, Informatore
🛢️📈 Non solo sul carburante: come lo shock energetico colpisce tutta la supply chain
Il Brent ha superato i 100 dollari al barile il 12 marzo, per la prima volta dal 2022. Da inizio anno il prezzo è salito di quasi il 76%. La causa diretta è la crisi di Hormuz: secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia, siamo di fronte alla più grande interruzione di approvvigionamento nella storia del mercato petrolifero globale, con la produzione mondiale di greggio a marzo in calo di 8 milioni di barili al giorno, circa il 7,5% dell’offerta mondiale.
Ma fermarsi ai prezzi della benzina che aumentano sarebbe un errore. Per chi lavora negli acquisti, lo shock si trasmette su tre livelli.
Livello 1: i costi diretti di trasporto ed energia. È il più visibile. In Italia tra il 1° e il 9 marzo il prezzo del diesel è aumentato del 25,8%, mentre nello stesso periodo il Brent era salito del 24%. Quell’1,8% di differenza non è giustificato dall’aumento del greggio: secondo un’analisi di Unimpresa equivale ad un rincaro tra 8 e 20 centesimi al litro in più che i distributori stanno aggiungendo al di là di quanto sarebbe giustificato dai costi reali. Per le aziende con forte dipendenza dal trasporto su gomma, l’impatto è già in fattura.
Livello 2: tutto quello che usa petrolio come input. Qui si concentra il rischio meno discusso. Lo Stretto di Hormuz non blocca solo il greggio: blocca anche lo zolfo, essenziale per produrre fertilizzanti, semiconduttori, nichel e rame. Circa la metà dello zolfo globale trasportato via nave passa da lì. La scorsa settimana il prezzo dello zolfo in Cina è aumentato del 15%. Il prezzo dell’urea, uno dei fertilizzanti più diffusi, in alcuni mercati è passato da 485 a 665 dollari per tonnellata in pochi giorni. Per chi compra componenti in plastica, imballaggi flessibili, fertilizzanti o materiali chimici: i preventivi ricevuti dieci giorni fa potrebbero già non essere più validi.
Livello 3: l’effetto macro su tassi e credito. È il più lento ma potenzialmente il più duraturo. Secondo Oxford Economics, le attuali quotazioni energetiche implicano un’inflazione europea 0,5-0,6 punti sopra le previsioni di febbraio. Il mercato stima che la BCE potrebbe dover alzare i tassi non una, ma due volte entro fine 2026. Tradotto: credito più caro, supply chain financing più oneroso, e fornitori piccoli sotto pressione di cassa proprio quando i costi salgono.
Lo scenario è ancora in rapida evoluzione. Trump ha dichiarato questa settimana che la guerra “finirà molto presto” e il Brent ha fatto un rimbalzo negativo di oltre 30 dollari in 24 ore, per poi risalire. Gli analisti di Barclays ipotizzano un ulteriore rialzo ben oltre i 120 dollari se la situazione dovesse persistere ancora qualche settimana.
Tre cose concrete da fare adesso:
Mappare l’esposizione ai petrolchimici nella propria base di fornitura, non solo l’energia diretta, ma quanti input chiave hanno un’alta intensità di derivati del petrolio
Rivedere le clausole di price escalation nei contratti: non per proteggersi dai fornitori, ma per costruire meccanismi trasparenti che evitino rinegoziazioni d’emergenza
Monitorare la liquidità dei fornitori più piccoli: in periodi di stress energetico le PMI fornitrici sono spesso le prime ad andare in difficoltà di cassa, e un fornitore in crisi è un rischio di continuità, non solo un problema di prezzo
🔗 Fonti: Ansa, PBS, Euronews, Investimenti Magazine, Liberacr
🖼️ Meme del giorno

♻️ Focus Sustainability
LEGO e il Procurement net zero: mattoncino per mattoncino
In mezzo a notizie di dazi, petrolio a 100 dollari e surcharge da paura, vale la pena alzare lo sguardo e guardare un’azienda che sta costruendo resilienza nel modo più solido possibile: trasformando i propri fornitori in partner climatici. LEGO Group è un case study che chi fa Procurement non dovrebbe ignorare, non perché sia una storia di grandi ideali, ma perché è un modello operativo replicabile.
Il punto di partenza è brutalmente onesto: oltre il 99% delle emissioni di CO2 di LEGO proviene dall’esterno delle proprie operations, cioè dai fornitori. Scope 3, il più difficile da gestire. La risposta non è stata una dichiarazione di intenti o un report ESG. L’azienda ha lanciato il Supplier Sustainability Programme, con target di riduzione delle emissioni a breve termine (2026 e 2028) per i 52 fornitori ad impatto più alto, carbon accounting obbligatorio con report annuali, e un dettaglio chiave: l’accesso a un team dedicato di esperti di sostenibilità messo a disposizione dei fornitori che ne hanno bisogno.
I numeri dietro l’impegno sono concreti: spesa in iniziative ambientali aumentata del 60% nel 2023, capacità solare cresciuta del 61% negli impianti propri, metà dei materiali usati per i mattoncini che entro il 2030 dovrà provenire da fonti sostenibili, tra cui bioplastiche dalla canna da zucchero e mattoncini trasparenti da marmo riciclato. Il COO Carsten Rasmussen è esplicito: “La sostenibilità è una licenza ad operare ed è un requisito nel modo in cui facciamo business, incluso come selezioniamo i nostri fornitori.”
Il collegamento con oggi. Proprio mentre il petrolio supera i 100 dollari e i costi energetici esplodono, il modello LEGO mostra un’altra faccia della medaglia: le aziende che hanno già investito nella transizione energetica dei propri fornitori sono strutturalmente meno esposte ai prossimi shock. Un fornitore che ha convertito i propri processi alle rinnovabili è meno vulnerabile ai picchi del Brent. La sostenibilità non è solo ESG, ma anche una protezione contro il rischio commodity.
La lezione per la PMI italiana: non serve l’organico di LEGO per iniziare. Il primo passo è fare un’analisi di esposizione energetica della propria base fornitori. Chi dipende di più dai derivati del petrolio? Chi ha processi ad alta intensità energetica? È la stessa mappatura che serve per gestire il rischio di oggi, ed è anche la base per costruire un programma di qualifica sostenibile per domani.
🔗 Fonti: Procurement Magazine (1), Procurement Magazine (2), LEGO
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