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#37 - Golfo Persico e supply chain, minerali critici e il deal EU-USA che cambia le regole

Edoardo Arbizzi

🌎 Sguardo Globale

💣 Golfo Persico: le supply chain globali sono ancora sotto pressione

Il conflitto in Iran sta aggiungendo un nuovo strato di caos a una supply chain globale già messa a dura prova. L’attacco statunitense e israeliano, e le successive azioni di rappresaglia, impattano tempi di consegna, disponibilità di forniture, rotte marittime e (molto probabilmente) anche i ricavi aziendali.

Il punto più critico? Lo Stretto di Hormuz. Un suo blocco avrebbe conseguenze enormi sul traffico container diretto verso i porti del Golfo. Qualsiasi piano di ritorno del trasporto container nel Mar Rosso nel 2026 è ora congelato: chi stava rientrando dalla rotta del Capo di Buona Speranza si ferma di nuovo. Rerouting attorno all’Africa significa aggiungere fino a due settimane ai tempi di transito.

Il problema strutturale è che molte aziende non sanno dove siano davvero i loro rischi. Come spiega Dean Alms di Aravo, non è così inusuale che un’azienda ignori che il suo fornitore principale abbia 17 stabilimenti nel mondo, uno dei quali in Medio Oriente, e quindi non riesca a valutare le proprie esposizioni finché non è troppo tardi.

I dati Gartner sono impietosi: durante un blocco della supply chain, quasi i due terzi delle aziende si aspettano perdite di fatturato, con un aumento medio del 40% nel cost-to-serve. E secondo DP World, il 38% dei cargo owner nordamericani ha perso almeno 1 milione di dollari in un solo anno a causa di instabilità della supply chain.

La lezione per il Procurement? Mappare la supply chain fino ai fornitori di secondo e terzo livello diventa cruciale. Diventa pura sopravvivenza.

🔗 Fonti: ISM (1), ISM (2), NRF

🏛️ Il Procurement pubblico e l'elefante nella stanza: corruzione e gare pilotate

Un’inchiesta del Financial Times pubblicata questa settimana racconta due storie che vale la pena conoscere, non perché riguardino direttamente le PMI, ma perché mostrano cosa succede quando il Procurement smette di essere una funzione indipendente e diventa uno strumento di potere.

Il caso Ungheria: sono stati analizzati quasi 350.000 contratti pubblici dal 2010 a fine 2025. Risultato: 13 uomini vicini all’entourage di Viktor Orbán hanno vinto oltre €28 miliardi in appalti governativi: un aumento di 15 volte rispetto ai cinque anni precedenti la sua elezione. Queste aziende vincevano il 69% dei contratti in procedure a offerta unica (senza concorrenza), contro una media nazionale del 29%. L’UE ha congelato circa €18 miliardi di fondi destinati all’Ungheria per questo motivo. Un esperto dell’autorità antifrode europea ha commentato: le statistiche indicano una distorsione delle procedure competitive, anche se i bandi rispettavano formalmente le regole.

Il caso Sudafrica: il commissario nazionale della polizia, Fannie Masemola, è stato incriminato per corruzione legata a un appalto da 360 milioni di rand (~$20M) per servizi medici a 180.000 agenti. Il contratto è stato poi cancellato perché, tra le altre cose, il sistema informatico del fornitore era incompatibile con quello della polizia. Commento di un giornalista investigativo: “È imbarazzante che la polizia abbia assegnato un appalto a un uomo già sotto indagine per frode da parte della stessa organizzazione.”

Perché interessa anche a chi lavora nel Procurement privato? Perché entrambi i casi ricordano che la separazione tra chi decide la strategia di acquisto e chi valuta i fornitori è l’unico meccanismo che rende il Procurement credibile. Ogni volta che questo confine si sfuma, nel pubblico come nel privato, i costi esplodono, la qualità crolla e i controlli arrivano sempre troppo tardi.

🔗 Fonti: HVYLYA, Daily Maverick, Mail Guardian

♻️ Focus Sustainability

🔋 Minerali critici: la nuova frontiera del Procurement sostenibile

Litio, cobalto, terre rare, rame. Se ne parlava già come di una bomba a orologeria per le supply chain. Questa settimana la situazione ha fatto un passo avanti concreto.

Il 19 marzo, USA e Giappone hanno firmato un Action Plan sui minerali critici che punta a ridisegnare l’intero mercato globale di queste materie prime. L’accordo va ben oltre i due paesi: l’obiettivo dichiarato è costruire un accordo plurilaterale con tutti i partner “allineati” per contrastare il dominio cinese. Pechino controlla oggi il 60% del mining globale di terre rare e fino al 90% della capacità di raffinazione, e non esita a usare questo controllo come leva geopolitica.

Il meccanismo più interessante (e rivoluzionario)? I price floor border-adjusted: prezzi minimi garantiti tramite meccanismi tariffari tra i paesi aderenti, per rendere economicamente sostenibile estrarre e raffinare minerali nei paesi alleati anche quando la Cina tenta di abbassare i prezzi di mercato per eliminare la concorrenza. Un’idea che rompe decenni di libero mercato puro, ma che riflette il nuovo paradigma: la sicurezza di approvvigionamento vale quanto (o più) dell’ottimizzazione dei costi.

Per il Procurement, questo si traduce in due implicazioni pratiche:

  • Nuovi scenari di dual sourcing: chi già lavora su strategie di diversificazione per terre rare e metalli da batteria ha un vantaggio enorme rispetto a chi dipende ancora da un unico fornitore cinese.

  • Costi a lungo termine più prevedibili: se il meccanismo funzionerà, ridurrà la volatilità di prezzo che oggi rende quasi impossibile pianificare la spesa in queste categorie.

Il deal EU-USA completa il quadro. Il 26 marzo, il Parlamento Europeo ha approvato con 417 voti favorevoli il cosiddetto Accordo di Turnberry (siglato in Scozia nel luglio 2025). Il deal abbatte le tariffe EU sui prodotti industriali americani a zero, in cambio di un tetto del 15% sui dazi USA sulle merci europee. L’UE ha inserito solide salvaguardie: una sunset clause al 2028 e una sunrise clause che lega le riduzioni tariffarie al rispetto degli impegni americani. Nota non secondaria per il Procurement: l’accordo garantisce alle aziende europee l’accesso ai minerali critici australiani allo stesso prezzo dei competitor locali, un punto che Von der Leyen ha presentato come condizione non negoziabile.

Il percorso però non è ancora completato: i governi nazionali devono negoziare la forma finale della legge, e il primo trilogo è fissato per il 13 aprile.

🔗 Fonti: Supply Chain Dive (1), Supply Chain Dive (2), Euronews, Metal Tech News

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