🚧🚢 Lo Stretto di Hormuz è chiuso. Il mondo paga.
Il 28 febbraio USA e Israele hanno lanciato l’Operazione Epic Fury contro l’Iran. Entro poche ore la Guardia Rivoluzionaria ha bloccato lo stretto: cinque petroliere sono state colpite, 150 navi sono rimaste ferme, e Maersk, MSC e COSCO hanno sospeso tutto. Il corridoio è stato blindato.
Perché fa così paura. Per quello stretto di 20 miglia passava il 31% del greggio via mare, il 30% del jet fuel europeo, un quinto del GNL mondiale. Non solo petrolio: alluminio, fertilizzanti, zucchero. Ogni giorno di blocco equivaleva a 13 milioni di barili che non arrivavano a destinazione. Una rotta di fondamentale importanza.
I mercati hanno già risposto. Il Brent è salito del 13% in 48 ore, il gas europeo TTF è aumentato del 76% in una settimana, i tassi delle grandi petroliere hanno segnato un record storico di $423.736 al giorno, +94% in un solo weekend. Goldman Sachs e Barclays hanno avvertito: se fosse durata oltre due settimane, si sarebbe andati a $100 al barile. Qualcuno ha parlato di $120. Per confronto: durante la crisi energetica del 2022 il TTF aveva toccato €340/MWh. Oggi il sistema è partito da una posizione più fragile, con lo stoccaggio UE al 30%.
Il rischio non è uguale per tutti. Arabia Saudita e UAE avevano pipeline alternative, ma con capacità insufficiente a compensare un blocco totale. Kuwait, Qatar e Bahrain non avevano vie d’uscita. Giappone e Corea del Sud importavano rispettivamente il 75% e il 70% del loro petrolio dal Medio Oriente, con riserve di GNL che coprivano appena 2-4 settimane. La Cina aveva riserve strategiche stimate in 900 milioni di barili, quasi tre mesi di copertura, ma se la crisi si fosse protratta sarebbe stata costretta a competere sui mercati atlantici. Il vero vincitore inatteso? La Russia, che ha visto India e Cina aumentare la dipendenza dal suo greggio.
Lo stretto è “tecnicamente aperto”, ma è come un aeroporto con tutti i voli cancellati. I grandi assicuratori marittimi, Gard, Skuld, London P&I Club, hanno rimosso la copertura war risk per il Golfo Persico. Per ogni grande petroliera, un singolo punto percentuale di aumento assicurativo equivaleva a $2,74 milioni per viaggio. Nessun armatore si è mosso. Il risultato è stato identico a un blocco fisico totale.
Per il Procurement il danno è già concreto. Le rotte deviate via Capo di Buona Speranza hanno aggiunto 10-14 giorni ai tempi di transito e fino al 30% ai costi logistici. Automotive, farmaceutica, elettronica: tutti i settori hanno rischiato rallentamenti o fermi produttivi. I settori gas-intensivi europei, chimica, fertilizzanti, acciaio, vetro, stanno già valutando tagli alla produzione. Se Hormuz e Suez venissero compromessi simultaneamente, saremmo di fronte a uno scenario Covid, o peggio.
Lo Stretto di Hormuz era nei risk register da decenni. Eppure, quando è successo, la maggior parte delle supply chain non aveva un piano B.
La domanda per i Procurement Manager: avete una mappa reale dei vostri single point of failure, o la state disegnando adesso, sotto pressione?
🔗 Fonti: kpler, CNBC, Procurement Magazine




