🚁 Droni cinesi sui campi di battaglia: l’Europa corre ai ripari (ma è già in ritardo)
Ottobre 2025: dopo due anni di guerra in Ucraina e il recente cessate il fuoco a Gaza (entrato in vigore il 10 ottobre), l’Europa ha finalmente aperto gli occhi su una realtà scomoda. I droni commerciali cinesi hanno dominato i conflitti moderni, e l’Europa non ha alternative credibili.
DJI controlla il 76% del mercato europeo dei droni consumer e il 94% di quello enterprise. Ma il dato più preoccupante è un altro: gli stessi droni commerciali vengono convertiti per uso militare sui campi di battaglia, e l’Europa dipende quasi totalmente dalla tecnologia cinese.
I numeri parlano chiaro: la Russia ha prodotto 1,4 milioni di droni nel 2024, mentre l’Ucraina ne ha fabbricati solo 200.000. Il divario è significativo, e l’UE ha dovuto correre ai ripari con il Defence-AI Action Plan da 1,5 miliardi di euro.
La svolta normativa è arrivata a dicembre 2024: l’UE ha approvato nuove regole sul Procurement della difesa, obbligando gli Stati membri ad acquistare il 50% degli equipaggiamenti militari all’interno dell’Unione entro il 2030 e il 60% entro il 2035. L’obiettivo è ridurre la dipendenza da fornitori extra-europei, Cina in particolare.
Il paradosso della supply chain: l’Europa vuole essere indipendente, ma per costruire droni competitivi servono batterie, motori, elettronica avanzata. E per tutto questo servono materiali critici. Il professor Andrea Gilli del Politecnico di Torino sottolinea: “Se vogliamo un’industria europea dei droni, dobbiamo essere in grado di produrre batterie migliori... Questo significa litio, cobalto e tutti quei materiali di cui la Cina ha il monopolio”.
Aziende europee come Parrot (Francia) e Quantum-Systems (Germania) stanno cercando di colmare il gap, ma la strada è in salita. La produzione europea rimane limitata rispetto ai volumi asiatici, e i costi sono significativamente più elevati.
La lezione per il Procurement? La dipendenza tecnologica da un singolo paese per materiali critici rappresenta un rischio strategico. Costruire supply chain alternative richiede anni e investimenti massicci, ma diventa sempre più necessario in un contesto geopolitico instabile.
🔗 Fonti: Procurement Magazine
🏅 Milano-Cortina 2026: quando il Procurement deve correre più veloce degli atleti
Mancano meno di 4 mesi alle Olimpiadi Invernali di Milano-Cortina 2026 (la cerimonia di apertura è fissata per il 6 febbraio 2026 allo Stadio di San Siro), e dietro le celebrazioni mediatiche c’è una macchina organizzativa che sta lavorando a ritmi forsennati.
I numeri del progetto sono impressionanti: 98 opere totali gestite da SIMICO (Società Infrastrutture Milano Cortina 2020-2026), di cui 67 opere di “legacy” destinate a rimanere come patrimonio permanente del territorio. Il budget complessivo è di 3,4 miliardi di euro per le infrastrutture più 1,7 miliardi per l’organizzazione dell’evento.
Ma lo stato di avanzamento desta preoccupazione: secondo l’ultimo aggiornamento della piattaforma “Open Milano Cortina 2026” al 31 luglio 2025, risultano completati solo 8 interventi sui 98 previsti. A ottobre 2025, i cantieri di Milano sono al 70% di completamento, mentre la situazione è più critica in altre sedi.
Le opere completate includono: la Venue Aerials Moguls a Livigno, i nuovi impianti per lo sci di fondo ad Anterselva, la riqualificazione della pista Eugenio Monti a Cortina, il centro del salto e il Padiglione Nicolaucich del Villaggio Olimpico a Predazzo, e lo stadio del fondo a Tesero.
Le sfide del Procurement olimpico sono uniche: non si può sforare la deadline (non esistono “rinvii olimpici”), non si possono accettare standard qualitativi inferiori (tutto il mondo guarderà), e serve coordinare decine di stakeholder diversi (comuni, regioni, comitato olimpico, fornitori privati) su 7 sedi di gara diverse: Milano, Cortina d’Ampezzo, Anterselva, Bormio, Livigno, Val di Fiemme e Tesero.
Il contesto è complicato anche da altre criticità: a inizio ottobre 2025, tre persone sono state arrestate per tentativo di infiltrazione negli appalti olimpici legati alla criminalità organizzata, mentre diverse opere hanno subito ritardi per problematiche geologiche e autorizzative.
La lezione? Quando la deadline non è negoziabile e il mondo intero sta guardando, il Procurement diventa mission-critical. Non c’è spazio per improvvisazione: serve pianificazione maniacale, relazioni solide con i fornitori, e la capacità di gestire imprevisti con rapidità.
🔗 Fonti: Sport e Finanza (1), Sport e Finanza (2)




